LE VIE DELLA SETA A RIMINI

Abbiamo incontrato Cristina Ravara Montebelli, archeologa professionista, storica della seta, responsabile della pagina Facebook/Meta Seta, silk, serico e autrice del libro Le vie della seta a Rimini, Artefici e luoghi produttivi (XVI-XX sec.) oltre ad altri saggi sulla storia della seta fra Romagna e Marche.
*Nel suo libro, Cristina Ravara Montebelli, ha raccontato una storia di Rimini totalmente inedita, rintracciando e descrivendo numerosi filatoi e filande in attività a partire dal XVII secolo fino al 1916, ubicate sia all’interno delle mura cittadine, che nelle immediate vicinanze e il cui funzionamento dipendeva dall’acqua e in particolare dai corsi della fossa Patara o dell’Ausa.
*Le abbiamo chiesto di accompagnarci in una sorta di visita guidata dei luoghi, in cui si trovavano i principali opifici e di spiegarci le attività che si svolgevano in questi edifici, di cui purtroppo oggi non resta più alcuna testimonianza di archeologia industriale, ma solo nuovi palazzi, che ne occupano gli antichi spazi.

 

«Il più antico filatoio riminese (n. 1 nella pianta) risale alla seconda metà del XVII secolo ed è appartenuto al mercante di stoffe pregiate in seta, Francesco Manganoni, famoso per aver commissionato importanti quadri al pittore Guercino.
Il suo filatoio ad acqua o “mulino da seta alla bolognese” si trovava nei pressi dell’attuale Porta Montanara ed era azionato dall’acqua della fossa Patara. Nel filatoio il filo di seta veniva ritorto più volte con l’ausilio di grandi macchinari circolari, sui quali erano montati numerosi rocchetti di filo, per produrre l’orsoglio, chiamato anche organzino, che costituiva il filo di ordito dei tessuti e doveva essere molto più resistente dell’altro, il filo di trama.

 

Lungo l’antico percorso della fossa Patara, procedendo verso l’anfiteatro, c’era un altro filatoio, il cui proprietario era Andrea Lettimi, attivo nella seconda metà del XVIII secolo (n. 2 nella pianta) ubicato nell’allora Via del Filatoio.
Sul corso della fossa Patara, fra l’attuale via Bertola e Vicolo Cima, c’era anche una filanda, una delle più grandi e importanti di Rimini: la filanda Aducci. La filanda era il luogo in cui le donne dipanavano i bozzoli di seta con l’acqua bollente (si chiama trattura della seta) e ne facevano grandi matasse sugli aspi, che poi erano commercializzate. Questa filanda era stata costruita da Marco Aducci negli anni ’20 del XIX secolo e alla sua morte, l’attività era continuata con il figlio Gaetano Aducci, personaggio di spicco riminese e presidente della Camera di Commercio, che l’aveva ampliata fino ad avere 45 postazioni per altrettante donne. Nel 1866 però, alla sua morte, i 5 figli erano ancora minorenni, per cui la moglie Colomba aveva dovuto prendere le redini della famiglia e della filanda: un bell’esempio di donna in equilibrio fra il ruolo di madre di famiglia e d’imprenditrice, in un’epoca in cui la donna non contava molto…
Come accade in tante altre città d’Italia, anche a Rimini ci sono state vere e proprie dinastie di filatoieri prima e filandieri poi, come la famiglia Ghetti, che aveva invece la filanda nel famoso Palazzo fuori dalle mura della città, nel Borgo di San Giovanni, più noto per la fabbrica di Fiammiferi.

Luigi Ghetti nel 1804 era proprietario di un filatoio per organzini e di una filanda. Il figlio di Luigi, Pietro all’anagrafe figurava come filatore di seta, quindi gestiva la filanda del padre, e nel 1815 aveva sposato Francesca Alepozzi: sono loro genitori di Nicola Ghetti, che aprirà la fabbrica nell’omonimo Palazzo.
Alla morte di Luigi Ghetti, avvenuta nel 1818, il filatoio che si trovava in Via del filatoio (forse aveva rilevato il filatoio Lettimi) venne chiuso, ma Pietro potenziò invece la filanda che si trovava in una parte del Palazzo e che doveva sfruttare l’acqua del vicino fiume Ausa.
L’ultima filanda in attività è invece quella appartenuta a Oreste Pozzi, che si trovava nel Borgo Mazzini, in particolare in Via del Lavatoio, di cui sfruttava le acque e la cui ciminiera si vede in una fotografia del 1916, parzialmente danneggiata dal terremoto di quell’anno».